PAZIENTI CRITICI. IL CUORE E LE SUE RAGIONI.

 

 

Dott.sa Maria Grizzuti.

                                                                                                                                                                                                                                                 Dott. Carlos Norberto Mugrabi

 

 

Il motivo della seguente presentazione è quello di comunicare alcune differenze trovate nella possibilità di implementazione di un vincolo transferenziale che veicolizzi il lavoro psichico necessario per fare di un intervento chirurgico, che normalmente passivizza un paziente, occasione di apertura e guadagno soggettivo.

 

Un momento critico in una cura è quello in cui risulta imprescindibile discriminare “in presenza attiva di qualcuno” gli elementi di una situazione in cui la propria vita (literal o simbolicamente parlando) è profondamente concernente con l’oggetto di arrivare ad una conclusione che trasformi quella stessa situazione.

 

 

Così come una chirurgia può essere unicamente palliativa, solo palliativa, una terapia potrebbe claudicare nei suoi principi e mimetizzandosi, aspirare anche a “palliare” invece di propendere all’elaborazione di un avvenimento che difficilmente potrebbe passare inavvertito nella  vita di qualcuno,  tale com’è un intervento cardiovascolare.

La prossimità di tale evento convoca nel migliore dei casi tanto nell’oggetto? di tale intervento come nei suoi parenti e amici più vicini un lavoro psichico che non suole essere alla portata di tutti.

Sarebbe, tuttavia, desiderabile essere incline a che tale elaborazione venga prodotta.

 

Ritengo che è importante situare nei primi colloqui, ai fini di pensare sulla fattività dell’abbordaggio e le sue caratteristiche, l’esistenza o no, di un campo soggettivo capace di:

 

L’unica maniera di effettuare questa constatazione è facendo attenzione alla messa in moto di tali lavori, sia stimolandoli, sia “sopportando” la difficoltà dell’avvicinamento ad argomenti che non riguardano tutti gli umani, quali sono la sessualità e la morte. Penso che la sfida terapeutica consiste in ottenere insieme al soggetto uno spazio che permetta circolare attivamente per quei temi.

 

Maria (15 anni) è un’adolescente con un po’ più di occhiaie, un po’ più stanca e cautelosa che il comune degli adolescenti ma tanto entusiasta come tutti loro.

Gabriela (16 ) ancora non ho potuto conoscerla.

 

Tra entrambe…. un abisso. Vediamo perchè.

 

 

 

 

Sebbene entrambe patiscono un’affezione delle arterie polmonari, che si potrebbe ben situare come costituzione, ciò che viene consolidato come disposizione le differenzia. Questo è, il loro avvento al mondo familiare, il momento e la modalità di lettura del disturbo che portano, la possibilità di andare oltre a ciò, ossia, la capacità di costituire la categoria di futuro.

Tutto ciò configura una trama che fa nientemeno che una vita più breve o più lunga, una vita.

 

In entrambi i casi consultano le loro mamme per la vicinanza di un intervento che, nella famiglia di Maria ritorna dalla dimenticanza e in quella di Gabriela è stata tanto presente come rifiutata. Entrambe le giovani annunciano le loro opposizioni alla chirurgia, una con tristezza e inquietudine, l’altra con appassionato rifiuto.

 

Maria si presenta parlando del suo prossimo campeggio, il timore di portare bambini a suo carico, ma anche l’interesse per farlo. Il dilemma tra il discorso materno e quello dei suoi pari. Lo sguardo di apertura del proprio criterio. Come dico: dubbi, curiosità, timori, impulsi. Siamo di fronte ad un’adolescente che “sì…. certo, un po’ mi stanco….” (alludendo ad alcuni dei disturbi che le produce la deficitaria ossigenazione che richiama un pronto intervento chirurgico), detto al volo non tanto per nascondere ma per darle la misura che ha nel suo circuito desiderativo. Passa a parlare nelle sedute seguenti di un ragazzo che le piace, un altro a chi piace lei, una visita improvvisa di questo, rossore, prime domande riguardo a se dovrà raccontare tutto alla madre…

Intanto, consulenze riguardo alla provenienza e/o urgenza dell’intervento. Coincidono i professionisti in procedere tanto come urge. A partire da lì incominciammo a trattare l’argomento. Maria prova la mia capacità di tolleranza dei suoi timori, incubi, insonni. Incertezze e insonnie che potè costruire riguardo a / grazie al suo cuore.

“Impiastro cadaverico”. “E cosa sarà?”… “Sarà di un morto…”. Ci intercambiammo dati: “Circolazione extracorporea…”Cosa vuol dire?”. Le domando. Mi spiega. “Dicono che mi dovrei operare a fine d’anno o a marzo dell’anno prossimo…”. “E a te cosa conviene?” Comincia con una risposta velleitosa del tipo “quanto più tardi meglio” che in quanto le domando il perchè, si trasforma in lavoro. “Va bene, più mi convendrebbe a fine d’anno…”(incoraggiandosi a poco a poco, come chi non è molto sicuro di essere all’altezza di una  seria questione.) “Va bene”, le dico.

Torna dicendo che chiamarono la clinica per far sapere all’equipe le sue preferenze, e la data stimata fu a metà o fine di novembre. A partire da lì avvisa la scuola per organizzare le date di eventuali esami, richiede una consulenza con il chirurgo, domanda ciò che le concerne dentro di ciò che concerne loro, l’equipe medico. Maria differenzia quali argomenti trattare con ognuno: i suoi medici, i suoi genitori, i suoi amici, la sua terapia, in funzione del grado di confidenza che  attribuisce loro secondo di cui si tratti.

Abbiamo parlato. Dei suoi timori, dei suoi dubbi, dei suoi ricordi, delle sue bramosie. L’intervento si iscrive ad una serie che rimette ai suoi progetti. A volte nominiamo la morte (solo i vivi possiamo farlo, come dice Sciascia). Sempre saluta ringraziando.

 

 

Però Gabriela, come ho detto prima, non la conosco… Rifiuta da bambina qualsiasi intervento terapeutico, dipende estrematamente da sua madre, ma nemmeno in lei ha fiducia. “Morirò” di tanto in tanto dice; la povertà strutturale, l’analfabetismo psichico potrebbe fare leggere lì qualcosa di verità. Al contrario, è l’alibi per eluderla.

 

 

A partire della diagnosi e pronostico medico, la madre di Gabriela interpretò sistematicamente ogni richiesta di sua figlia come l’ultimo desiderio, colmando una berccia che giustamente avrebbe reso possibile il lancio di una catena che potrebbe aver fatto storia. Ma no. La giovane si è innalzata nel monumento al rifiuto, disattivando al più attivo a favore di una supposta libertà per “morire tranquilla”.

 

 

 

 

Alcune congetture:

 

 

Cosa fa sopportabile normalmente l’enorme lavoro di essere genitori? Secondo Winnicott(1) “… nei suoi sforzi per costituire una famiglia, i genitori si beneficiano con la somma delle tendenze integratrici di ognuno dei loro figli… non si tratta semplicemente che il bambino sia incantevole, visto che i bambini non sempre sono dolci… il bambino piccolo e quello di più età ci lusingano   all’aspettare certo grado di fiducia e disponibilità al quale rispondiamo penso che in parte grazie alla nostra capacità per identificarci con loro”… In forme molto sottili e variate, così come in altre più evidenti, i bambini formano una famiglia nel loro intorno… È vero che sono i genitori che determinano l’esistenza della famiglia, ma hanno bisogno di qualcosa da ogni figlio… ciò che chiamo la creazione del bambino individuale. Senza di ciò, i genitori si scoraggiano e si limitano a contemplare un marchio familiare vuoto…(2)

 

 

Nel caso di Maria, la sua malattia, scoperta ai nove mesi, si è iscritta come un avvenimento doloroso accaduto a una famiglia, cioè che ha interattuato con le bramosie, timori, speranze, proposte, ideali che costituiscono prima a una coppia, dopo al gruppo che conformano. Perciò potè “dimenticarsi” l’intervento che avrebbe richiesto la cardiopatia all’arrivare la sua bambina all’adolescenza. Crescere conduceva anche a quello.

In Gabriela, invece, la famiglia soffrì uno scoppio che, confondendo la malattia con la sua causa, attribuì al disturbo quanto in verità lo precede: una molto endebile struttura desiderativa esogamica  da parte della madre, che ridondò in due matrimoni che fracassarono strepitosamente nella possibilità di costruire quello “sforzo mancomunato di entrambi progenitori” che segnala Winnicott come fondante del marchio dentro del quale arriverà quella possibilità del bambino di “creare una famiglia”.

 

In Marìa, il rischio di morte durante la chirurgia è qualcosa contemplato come quello che anche conforma un atto. In Gabriela, la permanente presenza di tale rischio denuncia l’impossibilità di esecuzione di un movimento che conduca necessariamente ad un posto soggettivamente diverso.

 

Come ho detto prima… tra entrambe un abisso.

Non conosco Gabriela… ma farò tutto il possibile per trasformare la certezza in probabilità e la probabilità in occasione di scommessa.

 

Non so quanto vivrà Marìa… ma so che ho avuto il piacere di conoscerla. È quello poco dire di una vita?

 

 

 

Lic. Maria del Carmen Grizzuti

 

Dott. Carlos Norberto Mugrabi

 

 

1. Winnicott, D.D.: “La famiglia e lo sviluppo dell’individuo”, Hormè, Buenos Aires, 1980, p. 68.

2. Ibìdem, pag. 68.